Sunday, 22 November 2009

New Moon (C. Weitz, 2009)


Il secondo capitolo della saga di "Twilight" narra la separazione tra i due amanti Bella, umana, ed Edward, vampiro, in seguito ad un terribile incidente e le conseguenze che ne derivano.

Se il valore di un film adattato da un romanzo si misura in termini di fedeltà al modello originale, "New Moon" ricade sicuramente in una categoria positiva.
Tuttavia, la fedeltà assoluta al romanzo non funziona sempre e comunque, a maggior ragione se quest'ultimo non si presta in via immediata ad un linguaggio visivo come quello cinematografico.
Infatti, il libro della Meyer è radicalmente introspettivo, dal momento che la storia è filtrata interamente attraverso la depressione profonda e ossessiva in cui si trova la protagonista Bella, la quale affida alla memoria tutto il suo essere, per esempio tentando in ogni modo di sentire la voce di Edward, il suo amato perduto, un'illusione pericolosa e totalizzante.
Gli accorgimenti portati avanti dal team che ha realizzato questo secondo capitolo della saga fantasy sorprendono per la capacità di dare un ritmo costante alla storia, nonché per l'intelligenza con cui i pensieri di Bella vengono tradotti sullo schermo.
Un esempio in merito è dato dalla voce narrante della protagonista, che non si limita a raccontare i propri stati d'animo, il che avrebbe appestantito terribilmente la scioltezza del racconto, bensì immagina di narrarli per corrispondenza al personaggio di Alice, sorella di Edward.
Tuttavia, l'esempio più citato è rappresentato dal modo in cui è stata riportata la continua impressione da parte di Bella di sentire la voce dell'amato: un semplice voice over di Edward avrebbe costituito un'inutile distrazione rispetto agli accadimenti narrati, motivo per cui tale voce illusoria è stata incorporata tramite apparizioni fugaci del personaggio in nuvole di fumo et similia per rendere l'idea della sua inconsistenza materiale. Purtroppo il trucco non riesce ad ogni tentativo ma è meglio di niente.
In compenso, alcune parti del libro vengono decisamente migliorate (basti l'esempio del ricongiungimento in Italia, per chi ha già visto il film), altre debitamente "sfrondate" oppure acutamente invertite, e Melissa Rosenberg si conferma ancora una volta sceneggiatrice intelligente e misurata.
Al di là della validità dell'adattamento, è necessario ponderare il valore di "New Moon" in quanto film e raccordarlo al precedente nella saga (mi riferisco, ovviamente, a "Twilight"). Non vi è alcun dubbio circa l'impostazione di fondo del film: infatti, mentre il precedente conserva in toto la pervasività del punto di vista unitario, ossia l'"Io" della protagonista, e di conseguenza si muove su una direttrice intimistica a cui si addice perfettamente lo stile indie della pellicola, questo secondo capitolo si pone in un'ottica esterna e frammenta la prospettiva della narrazione al fine di rendere la storia un racconto fantasy decisamente più classico in tutti i suoi elementi, dalla regia alla fotografia alla musica e così via.
Il risultato è un ottimo rappresentante del genere, anche se non privo di qualche involontario momento di ilarità (per esempio la sequenza della visione di Aro, sempre per chi ha visto il film).
Alcuni critici si sono soffermati, a mio avviso eccessivamente, sull'ideologia di fondo, il sottotesto di impronta mormone in base al quale tutto il film costituirebbe una rappresentazione allegorica dell'astinenza sessuale.
Personalmente credo che tali osservazioni non aggiungano nulla allo spessore del film, che si regge da solo come favola tragica e romantica arricchita dalla grandeur dell'epica.

Friday, 9 October 2009

Baarìa (G. Tornatore, 2009)


Gli spunti dai quali iniziare questa breve riflessione sono tanti, anzi, tantissimi. Nessuno potrebbe dubitare del fatto che "Baarìa" abbia tutte le carte in regola per diventare oggetto di una tesi in storia del cinema. Per tale motivo, in questa sede mi limiterò ad esporre una breve sintesi del "flusso di coscienza" che ho sperimentato durante i titoli di coda. Ebbene, mi sono chiesta principalmente che ruolo abbia, in questo lungo film, la figura del regista: Tornatore è un osservatore, uno dei tanti personaggi che popolano lo scenario oppure il protagonista (o meglio, i protagonisti)? Se fosse un osservatore, il film non avrebbe molto senso: in effetti, una qualche parvenza di struttura narrativa è, a mio avviso, del tutto assente, in quanto i personaggi non risaltano individualmente e sono piuttosto trascinati dal contesto che li circonda, come ad esempio la scenografia monumentale e luminosa raffigurante Bagheria e le note possenti di Morricone. In altri termini, un osservatore terrebbe le redini del film, articolandone la storia in una messa in scena intimamente razionale ed agendo come una sorta di burattinaio, manipolando a dovere le emozioni degli spettatori. Tuttavia, a me sembra che "Baarìa" sia un film, per così dire, "a briglia sciolta", che non rispecchia alcun disegno predeterminato. Sorge dunque spontaneo interrogarsi sulla possibilità che Tornatore si sia volutamente inserito nella dimensione corale di questa opera magna, assorbendo il "sentire comune" per rappresentare scene di vita vissuta, in cui non hanno importanza i personaggi bensì il contesto sociale entro il quale essi sono temprati, così come fecero Verga o Zola al loro tempo. Questa tesi è sicuramente avvalorata dal frequentissimo uso che il regista fa del meccanismo di dissolvenza, quasi a suggerire che il film non sia altro che una giustapposizione di corti cinematografici o aneddoti di matrice culturale. Purtroppo, neanche questa soluzione mi convince, in quanto ignora completamente l'elemento che, secondo me, costituisce la chiave di volta, il filo conduttore della storia, ossia la dimensione onirica. Infatti, prendendo nuovamente in considerazione la domanda che mi sono posta in apertura, mi sento di dover accogliere la tesi che vede nel regista il vero protagonista del film, anche se non nel significato comunemente inteso. A mio avviso, "Baarìa" non è, come i titoli di coda sembrano indurre a credere, un excursus autobiografico, bensì la rappresentazione dell'impulsività più profonda dell'autore, come gli schizzi di un artista sulla tela. Fuori di metafora, credo che sia importantissimo notare che il film è intriso di magia, ma non quella delle favole, quanto piuttosto di sogni nostalgici, amari e, a tratti, anche grotteschi. Se dovessi qualificare quest'opera di modo da descriverla adeguatamente, forse direi semplicemente che essa è "impulsiva": ad un linguaggio figurativo "surrealista" si accompagna un sostrato decisamente pessimista, che il regista ha voluto descrivere in via mediata tramite la curiosità e la fantasia di un bambino, il suo più autentico alter ego, fatto che rende ancora più tragico il messaggio lanciato quasi inconsciamente da Tornatore. Come non cogliere l'amarezza della splendida sequenza che intreccia presente e passato? Nel vederla, ho pensato alla celeberrima nonché ipercitata frase pronunciata in "Il Gattopardo" da Tancredi: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Come non ridere a denti stretti nella magistrale scena della farmacia? Come non piangere di fronte ad un uomo che realizza qualcosa di inimmaginabile oramai in fin di vita? In definitiva, nel rappresentare tutto ciò il regista ha sentito l'esigenza, a mio avviso, di condividere con il suo pubblico quanto era rinchiuso al sicuro nella culla della sua coscienza.Quale mezzo migliore per comunicare impulsi così passionali che le memorie di un bambino cresciuto a Baarìa? Ebbene, io credo che il film possa essere apprezzato soltanto qualora lo si consideri sotto questo profilo, ossia come portato dell'esperienza cinematografica di un regista che non è riuscito a scacciare gli stimoli provenienti dal suo cinema più cupo ed introspettivo ("La sconosciuta" docet) da quello che poteva, e forse voleva, essere un abbandono totale alla meraviglia ed alle paure dell'infanzia (si vedano in proposito i continui richiami a "Nuovo Cinema Paradiso"). Infatti, considerato in un'ottica più generale, il film risente,a mio avviso, di una certa sovrabbondanza di materiale, destinato ad essere appiattito e disperso dalla mancanza di un forte timoniere.



Monday, 24 August 2009

In Bruges (M. McDonagh, 2008)


OSCARS 2009 Nomination: Best Original Screenplay - Martin McDonagh
BAFTAS 2009 Win: Best Original Screenplay - Martin McDonagh
GOLDEN GLOBES 2009 Win: Best Actor in a Motion Picture Comedy or Musical - Colin Farrell


Ken: Coming up?
Ray: What's up there?
Ken: The view.
Ray: The view of what? The view of down here? I can see that down here.
Ken: Ray, you are about the worst tourist in the whole world.
Ray: Ken, I grew up in Dublin. I love Dublin. If I grew up on a farm, and was retarded, Bruges might impress me but I didn't, so it doesn't.


Ken (Brendan Gleeson) and Ray (Colin Farrell) are hitmen. Their boss, Harry (Ralph Fiennes), instructs them to travel to Bruges and await further instructions while hiding out in the medieval town, since Ray has made a terrible, life-changing mistake on the job.
"In Bruges" is listed virtually everywhere as "comedy", but a slightly-more-than-superficial viewer might have something to say about that. In fact, the film is actually a complex fresco of slapstick comedy, intense mob drama, gothic phantasmagoria and, to top it all off, grotesque extravaganza. What makes this film so unique and superb is an (apparently) unlikely combination of genres in one unfathomable, original, hilarious and outrageous script, wrongfully devoid of an Oscar. Most of the time you forget that Ken and Ray are Irish mobsters rather accidental tourists and Farrell plus Gleeson plus Fiennes equals comedic virtuosity. Colin Farrell graces us with the best performance of his entire career, full of immeasurable depth and versatility, while Brendan Gleeson watches over him with paternal warmth and veteran excellence. Ralph Fiennes rounds out the main cast as a foul-mouthed, shamefully funny and overly memorable mob-boss, thus proving his exquisite range as an actor. There is one member of the cast who is not mentioned as such, but nevertheless acquires fundamental importance: that is, of course, the town of Bruges, exuding its ancient history from every inch of the screen and wrapped in Eigil Bryld's marvellous cinematography, which gives it an aura of mysticism and mystery seldom achieved in films. Carter Burwell's full-bodied and profound score underlines the dramatic aspects of the story, which crawl almost unnoticed during the first part of the film only to explode with violent and bloody vigour in the second one and culminate into a suspenseful finale. Overall, this subtle operation is not a dish for the weak-hearted or the intellectually obtuse, as it conjures up an emotional journey which requires full involvement, suspension of disbelief and, most importantly, intellectual openness, a trait rarely found in contemporary audiences.

Sunday, 19 July 2009

Harry Potter e il principe mezzosangue (D. Yates, 2009)



Harry Potter (Daniel Radcliffe) viene incaricato da Albus Silente (Michael Gambon) di convincere un professore di Hogwarts, Horace Lumacorno (Jim Broadbent), a rivelare il terribile segreto che costituisce la chiave per sconfiggere il perfido Lord Voldemort.
Nelle innumerevoli interviste rilasciate da David Yates prima dell'uscita del film, il regista ha insistito sul fatto che, nel realizzare "Il principe mezzosangue", egli ha bilanciato la comicità quasi-adolescenziale e spensierata presente nel libro della Rowling con il filo perpetuo costituito dalla lotta tra Bene e Male, senza rendersi minimamente conto che il suo vanto è in realtà proprio l'elemento fondamentale che, a conti fatti, impoverisce fino al punto della banalizzazione gratuita l'intrinseca complessità della storia, così come viene a tratti percepita eppure mai sviluppata "a regola d'arte".
Yates è un regista televisivo dallo stampo particolarmente tradizionale e ciò è quantomai evidente nel film in questione: la trama non è una struttura articolata, bensì il risultato della giustapposizione di compartimenti stagni in una successione eccessivamente logica e piatta.
Tuttavia, come è universalmente noto, la magia è illogica, privilegia il mistero e l'intuito, motivo per cui Yates finisce per trasformare una storia dal potenziale alquanto suggestivo in un equivoco e barboso raziocinio, privo di qualsivoglia guizzo di originalità.
Peccato, perché la fotografia di Bruno Delbonnel, impostata su tonalità grigie volutamente ambigue, è la migliore che si si mai vista in tutti i film della serie, magistralmente cupa e dalle soluzioni inaspettate.
Inoltre, il cast è al massimo: sono bravissimi i soliti noti, in particolare Tom Felton nel ruolo di Draco Malfoy, un personaggio che riceve finalmente la profondità che gli era stata negata, tanto che alcuni critici hanno affermato che il Draco cinematografico sopravanza l'alter ego cartaceo, e Jim Broadbent, il nuovo professore di turno, è, come al solito, meravigliosamente camaleontico.
Il film richiedeva l'apporto di qualcuno in grado di differenziare adeguatamente i registri stilistici, nonché di una sceneggiatura meno annoiata e distante, quanto piuttosto finalizzata a migliorare i confusi libri della Rowling e non ad ottenere l'effetto contrario.
Mike Newell (regista di "Harry Potter e il calice di fuoco") docet.
Peccato, peccato, peccato.

Trailer originale: http://www.apple.com/trailers/wb/harrypotterandthehalfbloodprince/

Monday, 29 June 2009

Transformers: la vendetta del Caduto (M. Bay, 2009)


Sam Witwicky (Shia La Beouf), tornato alla quasi-normalità della vita e sul punto di iniziare il college, è costretto ad affiancare nuovamente l'alieno Optimus Prime e la sua squadra di Autobots per impedire ai perfidi Decepticons di distruggere la Terra.

Squadra vincente non si cambia. Il regista Michael Bay (tra gli altri, "Armageddon", "The Rock" e "Pearl Harbor"), alla sua seconda impresa con gli alieni del pianeta di Cybetron, mantiene sullo schermo gli stessi personaggi del film precedente, con qualche gradita estensione dello screen time di alcuni di essi, nonché con qualche piacevole aggiunta (ad esempio il piccolo Wheelie, i cui turpiloqui farebbero arrossire un rapper).

La critica statunitense si è abbattuta sul film come un uragano, con frasi del tipo "...il film, in appena pochi secondi, perviene all'incoerenza..." (così John Anderson in "The Washington Post", 24 giugno 2009), oppure, "questo ... è un ammasso di schifezze luccicanti" (così Joe Morgenstern in "The Wall Street Journal", 29 giugno 2009), o ancora, "... è più che brutto, dà forma ad una autonoma categoria di terrificante ..." (così Peter Travers in "Rolling Stone", 24 giugno 2009).

Indubbiamente a Hollywood sembra vigere una sorta di "regola del quadrato", in base alla quale un blockbuster di successo deve necessariamente ricevere il beneficio del sequel e le proporzioni di una tale operazione devono essere inequivocabilmente elevate al quadrato rispetto a quelle del predecessore.

"La Vendetta del Caduto" ha spazio per una maggiore quantità di scene d'azione, i combattimenti occupano gran parte del film e gli alieni sono complessivamente di più; tuttavia, a mio avviso, il quid pluris non inficia la miscela originaria, a differenza di quanto è accaduto ad diversi film dello stesso genere (ad esempio il pessimo "Spider-Man 3").

Il film si salva per lo più grazie ai numerosi momenti di comicità del tutto volontaria, che inducono gli spettatori a non prendere troppo sul serio l'insieme, quanto piuttosto a rilassarsi e a godersi il pirotecnico spettacolo.

Un altro punto di forza è costituito dal cast, capitanato da Shia LaBeouf, un giovane attore dalla vocazione comica innata (non a caso si è affermato nei segmenti del noto "Saturday Night Live Show"), assistito da validi comprimari (non tanto Megan Fox, quanto piuttosto Kevin Dunn e Julie White nel ruolo, che sfiora il satirico, degli stralunati genitori di Sam).

Gli effetti speciali sono strabilianti e, a tratti, gli alieni mostrano di provare sentimenti umani: l'esempio più immediato è ovviamente quello del commovente rapporto tra Sam e il suo tenero protettore Bumblebee (in italiano, letteralmente, "calabrone", forse a causa dei colori che lo contraddistinguono, chissà).

La musica trionfale, nonché memorabile, di Steve Jablonsky ("The Island", "Desperate Housewives", tra gli altri), uno degli allievi del grande maestro Hans Zimmer (tra l'altro, vincitore del premio Oscar per la colonna sonora di "Il Re Leone"), accompagna il tutto, insieme ai ritmi dei Linkin Park, oramai assidui collaboratori della serie.

L'unica critica netta che vorrei avanzare nei confronti del film è la sua eccessiva durata: personalmente ritengo che venti minuti in meno di esplosioni, a fronte dell'attuale durata di 147 minuti, non avrebbero nuociuto ad uno sviluppo più agevole della storia.







Monday, 18 May 2009

Angeli e Demoni (R. Howard, 2009)



In questa seconda avventura tratta dai romanzi di Dan Brown, il professor Robert Langdon (Tom Hanks) è incaricato dal Vaticano di risolvere il mistero che circonda un'antica setta, nota come "Illuminati", prima che la Città del Vaticano esploda a causa di un congegno rubato quando era ancora in fase sperimentale, costituito da "anti-materia".
Il professor Langdon ha poche ore per scovare il passaggio segreto che porta alla sede degli Illuminati, ma qualcuno si sta impegnando affinché ciò non succeda...


Premettendo che non ho letto alcun libro scritto da Dan Brown, mi è parso immediatamente che questo sia un film decisamente migliore del suo predecessore.
"Il Codice da Vinci" non sembrava, a dire il vero, un film diretto dal regista pluripremiato Ron Howard ("Apollo 13", "A Beautiful Mind", "Willow", ecc.): fedele alla lettera del romanzo, o almeno così mi è stato detto, il film procedeva senza ritmo, per lo più lentamente e, per chi, come la sottoscritta, non aveva letto il libro, molto confusamente.
Si trattava, in sostanza, di un brutto film, nel quale anche il pur illustre cast procedeva a tentoni, con un gran punto interrogativo nelle rispettive, nonché rare, espressioni facciali.

In questo caso, invece, Howard si è riappropriato della sua qualità di regista e quindi della sua piena facoltà di compiere scelte artistiche: infatti, è noto come alcune parti del libro, anche abbastanza significative e controverse, siano state sistematicamente tagliate, forse grazie anche alla lungimiranza di due sceneggiatori veterani come David Koepp ("Mission: Impossible", "Jurassic Park", "Spider-Man", ecc.) e Akiva Goldsman ("A Beautiful Mind", "Io, Robot", "Io Sono Leggenda").

Riducendo il finto misticismo di Brown e privilegiando l'anima del thriller, Howard confeziona un buon film d'azione, aiutato da un cast in ottima forma (su tutti Stellan Skarsgård nel ruolo dell'indecifrabile comandante Richter), dall'elegante fotografia di Salvatore Totino ("Frost/Nixon", "Cinderella Man", ecc.) e dalla corposa colonna sonora di un altro grande veterano del mondo del cinema, Hans Zimmer ("Il Gladiatore", "Il Re Leone", "Il Cavaliere Oscuro, "Rain Man", ecc.).

Vi è indubbiamente qualche incongruenza, come ad esempio l'ambientazione della scena del Pantheon, chiaramente girata in un momento della giornata diverso da quello che il film vorrebbe far credere, e la credibilità di alcuni dettagli è alquanto debole, ma quest'ultima "imperfezione" non può essere imputata agli sceneggiatori, i quali, bene o male, si sono dovuti appoggiare all'ossatura del romanzo.

Infine, se vi è un ambito entro il quale il film ha primeggiato nella rosa di quelli finora usciti nel 2009, è sicuramente quello, per così dire, grafico-pubblicitario: infatti, uno dei primi manifesti che hanno annunciato l'uscita del film raffigura una statua a forma di angelo (tra l'altro, un indizio assai importante nel film) sovrastante Piazza San Pietro.
La sensazione di essere invitati a scoptrire qualcosa di arcano e inspiegabile che trapela dall'immagine dovrebbe bastare quantomeno a incuriosire chi si trovi ad ammirarlo senza avere idea di cosa parli il film.

Thursday, 14 May 2009

Star Trek (2009, J.J. Abrams)



La resuscitazione di veri e propri cimeli di culto della cinematografia e della televisione è un'operazione alquanto rischiosa, in quanto l'entità dei sentimenti nostalgici riecheggiati da pilastri dell'immaginario collettivo cristallizzati in una veste immortale è tale da trovare un approdo anche nella coscienza di chi si pone all'esterno delle orde di "seguaci", come una sorta di leggenda radicatasi nel costume sociale.

Riguardo a uno di questi cimeli, ossia la serie televisiva "Star Trek", ammetto di non essere propriamente una "fan", pur avendo una conoscenza adeguata del fenomeno, e tengo piuttosto a rivendicare un collocamento tra gli appassionati di "Star Wars".

Si tratta di due fenomeni ben diversi e tuttavia lo stesso regista J.J. Abrams ha affermato, nel corso di una recente intervista, di essere anch'egli più propriamente un ammiratore della saga ideata da Lucas piuttosto che quella ideata da Roddenberry.

In effetti il film è un incrocio sperimentale tra "Star Trek" e "Star Wars": del primo conserva l'attenzione rivolta ai dialoghi per definire i rapporti tipicamente umani tra i personaggi e infatti numerose sequenze si svolgono tramite lunghi dialoghi, almeno in base agli standards dei film di fantascienza, tra i vari membri dell'equipaggio della nave spaziale S.S. Enterprise e non solo; del secondo prende ad esempio l'impostazione delle sequenze d'azione nello spazio e l'ambientazione dei pianeti alieni, controbilanciando, con successo, il primo aspetto.

I puristi della serie, senza dubbio, si metteranno le mani tra i capelli di fronte alla radicalità della storia, risultante in una vera "tabula rasa" rispetto alla tradizione passata, per motivi che in questa sede non verranno rivelati, ma in tal senso non posso commentare, in mancanza di una qualche forma di ossequio nei confronti della serie originale.

Un ritorno al passato della sceneggiatura è semmai evidente nell'"occhiolino" all'umorismo dei primordi, soprattutto tramite le battute di Leonard "Bones" McCoy (Karl Urban), tra i personaggi più riusciti, insieme al cattivo Nero (un quasi irriconoscibile Eric Bana).
La storia non annoia neanche i "laici" e indubbiamente questo è un buon segno: tuttavia, paradossalmente, l'apice del film è il suo inizio.

Infatti, se è vero che il finale costituisce solitamente il presupposto imprescindibile sul quale porre le basi del giudizio sull'intero film, in questo caso i primi dieci minuti sono da capolavoro: senza volerne rivelare il contenuto, basti sapere che si tratta di una sintesi perfetta di "space opera" e classico stile trekkiano, malinconica, adrenalinica ed emozionante.

Assolutamente da vedere sul grande schermo, possibilmente in originale, dato che in questo caso le carenze del doppiaggio si fanno particolarmente sentire.

Un'ultima nota: gli appassionati della vecchia serie apprezzeranno l'"omaggio" del momento finale del film, qualora non sia loro sufficiente la presenza di un "guest star" esclusivo.



Trailer: http://www.apple.com/trailers/paramount/startrek/startrek_trailer3_large.html

Wednesday, 25 March 2009

Watchmen (Z. Snyder, 2009)


Che Zack Snyder sia un regista dai mezzi visionari nessuno lo mette più in dubbio.

"300", indipendentemente dalla storia o dalla sceneggiatura, portò con sé una tecnica visiva nuova per i non addetti ai lavori ed ora è la volta di "Watchmen".

A differenza del precedente film di Snyder, questo è molto più complesso, non solo visivamente ma anche, e soprattutto, dal punto di vista dei contenuti.

In quasi tre ore di film i registri stilistici variano ed interagiscono: sullo sfondo apocalittico in chiave "Dottor Stranamore" ognuno dei personaggi principali porta con sé una dimensione cinematografica.

Nite Owl II (Patrick Wilson) è l'eroe nella sua accezione classica, non privo di difetti ma comunque di saldi valori e, nella vita quotidiana, è l'americano medio.

Silk Spectre II (Malin Akerman, la meno convincente del cast) è il personaggio meno riuscito, forse perché lo stereotipo della bellona, unito alla mancanza di espressività e profondità, nonché ad una parrucca poco raccomandabile, sfigura accanto all'autoironia tragica dell'originale Silk Spectre, interpretata da un'irriconoscibile Carla Gugino.

Ozymandias (Matthew Goode) paragona se stesso ad Alessandro Magno e non ha tutti i torti, dato che il suo personaggio presenta caratteristiche affini al leggendario sovrano, quali una spiccata megalomania e creatività, ed inoltre anche tratti decisamente machiavellici, come l'ambiguità nel trattare i suoi affari e la capacità "politica".

Il Comico (un insolito Jeffrey Dean Morgan) è parente del Joker: spietato, grottesco, amante del Chaos e del paradosso.

Egli, a differenza del secondo, viene sconfitto al suo stesso gioco ed il suo momento di catarsi è la goccia che dà il via al film.

Ho volutamente lasciato per ultimi i due personaggi che mi hanno fatto maggiormente riflettere: Dr. Manhattan e Rorschach.

Il primo (un malinconico Billy Crudup) rappresenta l'aspetto più prettamente filosofico della storia: invece di essere una divinità che si è resa umana egli ha sperimentato il processo inverso ed uno dei momenti più stimolanti del film è il raggiungimento di una forma di atarassia, consistente nel totale disinteresse per il mondo degli umani. Il suo status di divinità assente non è quello descritto da Epicuro, bensì deriva da un sofferto processo di adeguamento da parte di un uomo che non può essere più tale in virtù del suo immenso potere. La tragicità del personaggio si manifesta nella sua malinconia, l'unico sentimento umano che sembra non abbandonarlo sino alla fine del film.

Il secondo (l'ottimo Jackie Earle Haley) è la voce narrante del film ed è anche il personaggio più difficilmente ascrivibile ad una categoria predefinita: le sfumature della sua personalità sono come le macchie fluide della sua "faccia", ognuna cela moltissimi significati eppure ne mostra uno solo.

Il personaggio è a tratti terrificante, a tratti il più umano, con una variante infinita nel mezzo, dall'accattivante atteggiamento alla Sherlock Holmes all'immagine più o meno classica del giustiziere mascherato.

Per quanto riguarda il film nel complesso, non ho apprezzato certi eccessi e lungaggini, come mi è sembrata ad esempio la love/sex story tra due dei personaggi principali o la sequenza della prigione, che pure ha la migliore inquadratura, quasi hitchcockiana, di tutto il film (ha a che fare con il movimento della porta di un bagno, per chi ha già visto il film), però devo dire che tutto sommato ho ammirato la peculiarità della storia e il linguaggio visivo del film e che la durata non indifferente del film si è esaurita molto agevolmente, coronata da un finale in stile fratelli Coen assolutamente da non perdere.

Un consiglio: prima di entrare in sala è necessario avere bene in mente il fatto che il film sia stato tratto da un fumetto, altrimenti sarà molto difficile attuare quella che viene comunemente definita "suspension of disbelief".


Thursday, 26 February 2009

Miglior film d'animazione/Best animated feature film : WALL-E (A. Stanton, 2008)


WALL-E come Charlot. Era da quando Charlie Chaplin abbracciava il suo monello che il cinema non offriva un coinvolgimento così intenso senza fare uso del timbro di una voce umana, tale da produrre una simbiosi emotiva tra lo schermo e lo spettatore.

Il piccolo robottino è frutto di una genialità pura ed indiscriminata, la sua tenerezza muove alle lacrime e la sua espressività supera quella dei suoi pur bravissimi colleghi in carne ed ossa che gli hanno tenuto compagnia nella stagione dei premi culminata con gli Oscar.

Quando WALL-E incontra E.V.E., assorbe tutta la forza delle emozioni provocate dalla freccia di Cupido e la riversa sullo schermo senza alcun intermediario che ne argini gli effetti: inizia un sogno che vede nel meraviglioso viaggio di WALL-E nello spazio il momento artistico più alto, direi sublime, del film.

La tenacia visionaria dell'insieme suscita uno stato d'animo paragonabile a ciò che provò Alice quando cadde nella tana del coniglio, ovvero un senso di sconcerto e meraviglia, provato da chiunque assista ad un capovolgimento della propria prospettiva su tutto ciò che esiste: WALL-E è più umano degli umani, in quanto in lui possiamo intravedere tutte le caratteristiche positive degli stessi e neanche l'ombra di quelle che hanno in sé profili di negatività, ed è, in un certo senso, il fondatore di un'umanità rinata, innocente.

Molti hanno posto l'accento sulla parabola ecologica rappresentata dal film nel suo complesso e, indubbiamente, questo elemento è trattato una giusta dose di serietà ed a tratti con un pizzico di amara ironia nei confronti degli umani che non imparano mai.

Personalmente trovo che l'originalità del film stia, in gran parte, nella geniale intuizione di aver voluto compiere una rivoluzione copernicana riguardo al modo in cui noi percepiamo il concetto di umanità: Andrew Stanton non è ricorso al classico espediente di creare robot "umani" utilizzando i parametri che ci permettono di individuare un essere umano, bensì ha creato nuovi parametri da un sostrato nuovo, il piccolo WALL-E, la cui personalità diventa il criterio primo al quale raffrontare gli umani del film.

WALL-E arriva a provare ciò che prova tramite un percorso diverso ed autonomo rispetto al nostro, a tal punto da diventare l'idea, in senso platonico, di umanità, rispetto alla quale gli umani del film, e quindi noi tra un bel po' di anni, finiscono per essere una mera copia.

Dunque è squisitamente paradossale che siano stati uomini a concepire questo gioiello e che il Vero sia rappresentato dal piccolo robottino che colleziona rifiuti, danza al ritmo dei vecchi musical ed è curioso di ciò che sta al di là della fitta e perenne coltre di nubi sulla terra devastata dall'inquinamento.

Potrei scrivere molto di più sul film, per esempio riguardo all'influenza di WALL-E sugli altri robot (ma i più attenti se ne saranno accorti) e tuttavia credo che sia più opportuno fermarmi finché ne sono capace.

Oscar meritatissimo, forse era inutile precisarlo. Perché mai L'Academy non ha voluto candidare "WALL-E" nella categoria "Miglior film dell'anno"? Solo uno dei misteri di questa 81esima edizione.

Monday, 23 February 2009

FOCUS Miglior attrice non protagonista. Best supporting actress.



Sebbene qualcuno avesse ipotizzato un testa a testa tra Penelope Cruz e Amy Adams, vi erano pochi dubbi circa la vittoria della meravigliosa Penelope per l'altrettanto meraviglioso "Vicky Cristina Barcelona", per il resto ignorato dall'Academy anche nella fase delle candidature.


La sua Maria Elena è un bellissimo esempio della pazzia dell'artista moderno (e non solo) : ironia, seduzione, passione, gelosia, genio, follia incapsulati alla perfezione nell'esile figura della grintosa spagnola.


Vorrei far notare, infine, quanto sia importante che il premio sia stato assegnato ad un'interpretazione brillante, a fronte del quasi totale dominio delle interpretazioni drammatiche.


Di seguito troverete il suo caloroso discorso di ringraziamento: